Paolo Coletta

Teatro, musica e cinema. nato a Napoli / theatre, music and movie. born in naples

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  • Il senso del dolore

    di Maurizio de Giovanni

    adattamento e regia Claudio Di Palma

    con Claudio Di Palma, Chiara Baffi, Antonello Cossia, Francesca De Nicolais, Renato De Simone, Antonio Marfella, Alfonso Postiglione, Lucia Rocco

    scene Luigi Ferrigno
    costumi Marta Crisolini Malatesta
    luci Gigi Saccomandi
    musiche ORIGINALI Paolo Coletta
    installazioni video Alessandro Papa

    assistente alla regia Lucia Rocco
    assistente alle scene Fabio Marroncelli
    assistente ai costumi Laura Giannisi
    direttore di scena Alessandro Amatucci
    elettricista Fulvio Mascolo
    macchinista Marco Di Napoli
    fonico Daniele Piscicelli
    sarto Giuseppe Avallone
    foto Marco Ghidelli

    Durata: 1 ora e 40 minuti (spettacolo senza intervallo)

    produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

    dal 26 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019
    Napoli, Teatro San Ferdinando
    prima assoluta

    Il Senso del Dolore – Locandina
    Paolo Coletta – Il senso del dolore [Tema]
    Paolo Coletta – Il senso del dolore [tema piano]
    Il senso del dolore – scena
    Il senso del dolore – Claudio Di Palma e Chiara Baffi
    Il senso del dolore – scena

    Napoli è considerata genericamente una città superstiziosa. Una città, cioè, in cui la gente crede fortemente al potere di amuleti o di improbabili riti quotidiani e alle fortune di notturne rivelazioni propiziatorie. Napoli è, però, soprattutto città in cui si crede al fatto che i morti “sostanzialmente” persistano. E’ soprattutto questa singolare dottrina, col culto che ne consegue, a fare di Napoli una città superstiziosa. I morti, infatti, ancorché tali, sono ritenuti sempre e comunque superstiti. “Stanno” ancora, insomma, sopravvivono in una qualche forma credibile.

    Il commissario Luigi Alfredo Ricciardi è inquieto testimone sensoriale di questa presunta resistenza dei defunti. E lo è non tanto, e non solo, perché lui i morti li vede, in particolare quelli deceduti per cause violente, ma perché è egli stesso il prodotto di una vita solo presunta ancorché credibile.

         “… Le spalle di Ricciardi perdono consistenza, come le cose quando diventano ricordi.”

    Di questo ci avverte Maurizio De Giovanni concludendo una acuta e raffinata postfazione al “ Senso del dolore “ in cui descrive un suo incontro reale col commissario. L’autore riconsegna, quindi, la sua creatura al senso ed alla forma di una memoria. Non lo restituisce come una sporadica visione, ma come qualcuno da poter ricordare anche se non più esistente. Un morto appunto.

    Nell’immaginare, quindi, il luogo scenico da eleggere a possibile crocevia di questo strano miscuglio tra ricordo e morte mi ritrovo a prefigurare la centralità di una pietra tufacea che si proclama quasi sperone funerario e segno resistente di un luogo dei morti ( Il teatro dove nel romanzo viene assassinato un tenore? Napoli stessa ? ). Intorno è il vuoto. Un vuoto scosso da quello stesso vento ( che sulla scena, in forma di musica ostinata, prevede, incoraggia e giudica i fatti ) che continuamente “taglia” il romanzo di De Giovanni e che, con persistenza ossessiva, sembra annunciare l’imminente svaporamento delle creature che lo attraversano. Ricciardi è, così, l’evanescente eppure tormentato officiante di una singolare liturgia della superstizione in cui, però, i superstiti, i sopravvissuti, non sono solo quelli già esistiti, ma anche quelli mai esistiti.

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